Come i scrivere i dialoghi delle vostre storie (Parte uno)

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Chi di voi ha mai attraversato l’Ovest americano? Parlo di California, Nevada, Colorado. Dell’Arizona e poi su, fino alle distese arancioni dello Utah. Avete mai visto un canyon dal vivo? Le alte cornici della Sierra, il Big Sur, dove onde e scogliere si aggrediscono da un milione di anni. E le sequoie millenarie, e le foreste, e i deserti di roccia e di sabbia…

Be’, magari non ci sarete stati, ma in questo momento vi sembra di esserci dentro. La nostra auto è parcheggiata in uno degli infiniti vista point, in un’ansa della strada. Siamo in alto, i gomiti appoggiati al legno vecchio di una staccionata. E guardiamo giù, studiamo la valle che davanti a noi si scava la sua lenta via tra le montagne. Non c’è nessuno, gli ultimi turisti se ne sono andati da un pezzo. Non per questo il paesaggio è meno bello. Anzi, è mozzafiato. Nessuno ci disturba e noi stiamo qui a guardare, immersi nella luce e nel silenzio.

E che silenzio… un paradosso, dato che la cartina dice chiaro e tondo che queste sono le regioni del dialogo!

E infatti, qualcosa sta cambiando. È il vento, sale dal basso. Tendiamo l’orecchio, da valle si solleva un brusio leggero, il sussurrare di una miriade di voci. La terra si è risvegliata ed è una terra enorme, non c’è altro da dire, una regione sconfinata. Potremmo scendere, provare ad attraversarla tutta e non ne verremmo comunque a capo. Potremmo correre su quelle strade e sui quei campi, ma rischieremmo di perderci. Meglio calmarsi. Meglio fare attenzione e rimanere un po’ quassù, al sicuro. È ancora presto, e sul dialogo c’è così tanto da dire…

I dialoghi sono essenziali, sono importantissimi. Per farvi un esempio di quanto conti il dialogo in una storia, vi basti sapere che agenti e case editrici, prima di considerare un autore inedito, origliano sempre un po’ i suoi personaggi mentre parlano.

E così, curiosi ma non del tutto convinti, infilate una mano nello zaino e tirate fuori il binocolo. Oggi ci accontentiamo di dare solo un’occhiata, facciamo con gli occhi un giro di questo plastico in cui nuvole e fiumi sembrano le uniche cose in grado di muoversi. Un volo d’uccello.

Cerchiamo intanto di capire come’è fatta, questa regione grande come un oceano.
Guardiamo quanti tipi di dialoghi esistono.

Il discorso diretto legato

È quello classico, quello che ci viene da usare la maggior parte delle volte. Nel discorso diretto legato c’è sempre una voce narrante che indica chi dice cosa, usando verbi come dire, rispondere, chiedere, esclamare… eccetera.

«È ora che ti compri una macchina nuova», disse Giulia.
«Davvero?», rispose Matteo.

In questo tipo di dialogo, il tempo della narrazione è uguale a quello percepito dal lettore. La chiacchierata, cioè, dura circa il tempo che ci mettiamo a leggerla.

Il discorso diretto libero

È ancora più semplice. Praticamente è uguale a quello legato, ma non c’è un narratore a mettersi in mezzo. Nessuno ci indica chi sta dicendo cosa, e le battute sono una di seguito all’altra, quasi sempre distanziate da un a capo.

«È ora che ti compri una macchina nuova.»
«Davvero?»

Quando si usa il discorso diretto libero, bisogna stare attenti a distinguere bene le voci dei personaggi. Non bisogna mai lasciare il dubbio su chi sta parlando. Voi direte: “Ma se c’è l’a capo, come fa a confondersi il lettore?”.
Così:

«È ora che ti compri una macchina nuova.»
«Davvero?»
Il motore fece un verso rauco e si spense del tutto.
«Sì, è proprio ora…»

Questo dialogo, secondo me, ha qualcosa che non va. Rimane il dubbio su chi ha detto l’ultima battuta.
Sistemiamolo un po’:

«È ora che ti compri una macchina nuova.»
«Davvero?»
Il motore fece un verso rauco e si spense del tutto.
«Mi sa che hai proprio ragione…»

Qui non c’è alcun dubbio, è Matteo che ha parlato.
Anche in questo tipo di dialogo stiamo assistendo a uno scambio di battute in tempo reale. Anzi, l’effetto è ancora più evidente, sembra di stare davanti un film. Ci apriamo una birra, schiacciamo play e ci mettiamo ad ascoltare.

Il discorso indiretto legato

Niente di traumatico, è solo indiretto. Quindi, niente virgolette o roba simile, la battuta è inserita nella frase principale come se ne facesse parte (diventa cioè una frase subordinata, e con frase subordinata giuro che ho esaurito i paroloni).

Giulia disse a Matteo che era ora di comprare una macchina nuova.
Matteo le chiese se lo pensava veramente.

Ok, nota importante, il tempo della narrazione: si stacca un pochino da quello percepito dal lettore, è un tantino più lungo. Ci mettiamo un attimo a leggere queste due battute, ma l’impressione è che nel racconto duri tutto un po’ di più. Non è detto che sia così, ma è un dialogo riportato e quindi c’è un certo distacco, uno sfasamento (sfasamento non è da considerarsi un parolone, giusto?).

Il discorso indiretto libero

E va bene, questo è il più difficile. Stringetevi forte alle corde, si inizia a ballare…
Il discorso indiretto libero viene usato per dire in terza persona i pensieri di un personaggio, che si mischiano così a quelli della voce narrante. Si chiama libero perché non c’è nessun verbo come dire, pensare, credere, o simili, che ci aiutano a indicare il passaggio dentro al pensiero. È come se fosse il narratore che vede e che pensa, ma in realtà è il personaggio. Gustave Flaubert, quello di Madame Bovary, e Jane Austen, Orgoglio e Pregiudizio, per esempio, lo usavano un sacco. Si parla di Ottocento e Novecento, quel periodo lì. Nella nostra cara Italia, piaceva tanto anche a Verga e Pirandello.
Io lo uso così:

Giulia fissò Matteo. Sì, era ora che si comprasse un’auto nuova. Che cosa stava aspettando, quella macchina cadeva letteralmente a pezzi!
Matteo ricambiò il suo sguardo. Sapeva a cosa stava pensando Giulia. La Panda era un catorcio, ok, ma era l’unica cosa che gli rimaneva di suo padre.

Il discorso riportato

In questo caso particolare il narratore riassume totalmente parole e pensieri dei personaggi, neanche ce le viene a dire:

Giulia scosse la testa e iniziò a spiegare a Matteo perché era ora che si comprasse un’auto nuova.

Assomiglia al discorso indiretto legato, solo che è più scarno. Cioè, cosa effettivamente ha detto Giulia a Matteo? Sappiamo solo l’argomento, cioè la macchina, ma cosa gli avrà detto a quel disgraziato? E per quanto hanno parlato? Boh, il narratore non ce lo vuole dire, avrà le sue ragioni…

E possiamo prosciugarlo ancora di più:

Matteo chiese: «Perché mai dovrei comprarmi un’auto nuova?»
Giulia glielo disse.

Stop.
Interessante, qui, il tempo percepito: questo dialogo si legge in due secondi, ma per quel che ne sappiamo Giulia potrebbe aver parlato per ore e ore, finché cioè le orecchie di Matteo non hanno spruzzato sangue, lui è stramazzato al suolo e… ok, avete capito. Non sappiamo nulla, davvero nulla. E non sappiamo nemmeno se Matteo, nel bel mezzo del discorso, ha preso Giulia a male parole, ma potrebbe anche averlo fatto (e ci sta pure, pagagliela tu un’auto nuova, no?).

Questo tipo di espediente è interessante, ma va usato in modo saggio. Lo si trova in questi casi, di solito:

  • Quando il lettore conosce già i fatti di cui si sta parlando, quindi sarebbe inutile ripeterli. Ad esempio, in un ipotetico capitolo precedente, abbiamo già visto Giulia tentare di far partire la Panda, senza riuscirci. Ha dovuto quindi tirare giù Matteo dal letto, e farsi dare una mano (lo capite adesso perché Matteo l’ha presa a male parole?).
  • Quando i fatti non sono così importanti per la storia. Nel senso, che ci importa sapere perché Matteo dovrà cambiarla, quell’auto? Prendiamone atto e basta, si va avanti, e pace.
  • Quando si vuole creare suspense, e accade spesso nei gialli. A un certo punto, infatti, e quasi sempre verso la fine, il commissario racconta la soluzione al suo assistente di turno, mentre al lettore non dice niente. Scena dopo, sbam! Resa dei conti, tutto viene spifferato in un colpo solo.

L’agente Pallino guardò il commissario Pinco: «Davvero lei sa chi è il colpevole?»
Il commissario annuì. Fece cenno a Pallino di avvicinarsi e iniziò a parlare.

Ok, col discorso riportato ho davvero concluso.
Fin qui ci siete? Sennò avete i commenti.
Ora abbassate un attimo il binocolo, strofinatevi gli occhi, ma non vi addormentate… nella prossima tappa vedremo alcuni esempi di dialogo davvero ben fatti, quindi rimanete nei paraggi.

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