Le figure retoriche: la metafora

Rimettiamoci in marcia. Ci torneremo a Carver Country, promesso, là abbiamo lasciato così tante cose. Cose che dormono, e che per il momento lasceremo dormire. Per chi non lo sapesse, Carver Country era la prima tappa del nostro viaggio.

Adesso forza, però, in macchina! Facciamoci qualche altro chilometro.

plymouth

Direzione bottega delle figure retoriche, dove, tra frigoriferi pieni di idee fresche e scaffali stracolmi di spunti a lunga conservazione, andremo a caccia di metafore.

Metafore, già, una delle nostre armi più potenti. Senza metafore l’oceano di uno scrittore rischierebbe di svuotarsi.
E intanto, ne ho già utilizzate due. Di metafore, intendo. Bottega e oceano. Sono metafore. Avrei potuto fare di meglio, è vero, ma al momento la mia testa è un deserto.

E con deserto siamo a tre. Questa volta non ci siete cascati, vero?

Definizione di metafora

Ma facciamo un passo indietro. Sarà noioso, ma una definizione bisogna comunque darla. Il dizionario dice che:

La metafora è la sostituzione di un termine con un altro attraverso un rapporto di analogia, rispetto a cui è sottintesa una similitudine.

E anche che:

Metafora viene dal greco metaphorà (trasferimento), composto da meta (oltre) e phero (portare).

Mmm… che gran scrigno di parolone!

Scrigno, tra parentesi, è un’altra metafora.

Ma a noi piace restare coi piedi per terra. Abbiamo appena scoperto che la metafora serve a portare qualcosa oltre, a trasferire qualcosa. Parlo di nomi, e di idee. La metafora, in pratica, è un mezzo di trasporto intelligente. Prende una cosa e la mette da un’altra parte. E, se fatta bene, si porta dietro anche il lettore.

Se dico che uno scrittore attinge dall’oceano della sua fantasia, voi lo vedete, quello scrittore, pensate alla sua mente, a lui cala la penna su un panorama immenso e misterioso. Ma a quest’immagine aggiungete l’oceano. Cioè un mondo agitato, fatto di abissi scuri e popolato da creature sconosciute. Se dico che la mia testa è un deserto, capirete anche voi che in questo momento non mi viene in mente nulla. Ma se abbassate lo sguardo, volenti o nolenti, scoprite che i vostri piedi sono finiti in una sabbia arida. Che siete fermi lì, in un luogo brullo e desolato. Spento, senza vita.

Vi ci ho trascinato io, in quel luogo, lo capite?

Io, poco fa, vi ho gettato nell’oceano.

Vi ci ho… portato.

Metafore post-apocalittiche

E adesso, la parola a chi le metafore le sa usare davvero, tipo il signor McCarty. Cormac McCarty, nel libro La strada, ci offre la sua idea di deserto. E non un deserto qualunque, ma un vero incubo post-apocalittico.
Sentite qui:

Si voltò a guardare il bambino. Era fermo nel vento accanto al carrello. Guardò le onde di erba secca e le file di alberi scuri e contorti. Qualche brandello di vestiti che il vento sbatacchiava contro il muro, ogni cosa grigia di cenere.

Wow. Si rimane storditi.

Comunque, la metafora è circa a metà: onde di erba secca.

Ora fate silenzio, e chiudete gli occhi. Lo vedete anche voi, quel mare di erba grigia che striscia, che si piega sotto un vento malato, portatore di morte e di sventura?

La strada parla di un viaggio, di un padre e del suo bambino attraverso una terra tetra e vuota, riarsa dagli incendi e congelata da un inverno perenne.

Stop. Per sapere il resto, andate a comprarvi il libro…

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Ok, e come le uso queste metafore?

Be’, al posto della testa avete proprio una zucca… (metafora).

Usatele quando potete, ma usatele bene. Soprattutto, non abusatene. La metafora è un’arma micidiale, ma un testo pieno di metafore ha tutte le carte in regola per diventare un pasticcio, una cosa al limite del comprensibile.

Per esempio, sfruttatele per evitare ripetizioni. Tempo fa, mentre scrivevo un capitolo del mio libro, mi ero accorto di aver usato la parola scheletro per ben tre volte, e in sole cinque righe! Non esiste un sinonimo perfetto di scheletro, e ossa l’avevo già utilizzata.

Così ho preso in prestito una metafora:

Si accovacciò per osservare meglio, fece scivolare le dita su quel telaio umano dimenticato a terra.

Vabbè, non sono mica McCarthy. Ma avete capito, no?

Metafora: cugina della similitudine?

Similitudine? Cos’è la similitudine, un’altra figura retorica? Dobbiamo davvero sentirne un’altra?
Sì, ma non adesso.

In ogni caso, la metafora e la similitudine sono quasi uguali, vedremo più avanti in che modo. Vi basti sapere che nella similitudine è sempre presente l’avverbio di paragone. Nel 99.99% dei casi, la parola come.

Un esempio:

La mia testa è un deserto. Metafora.
La mia testa è come un deserto. Similitudine.

Eppure c’è qualcosa di più feroce, nella metafora, voi lo percepite? La mancanza di quel come ti spinge a un salto logico, è un ponte che è crollato, che non c’è più, che è finito nel baratro. Ed è proprio in quel salto tra la parola testa e deserto, che è in agguato la violenza del messaggio. L’idea è veloce, sorprendente, più aggressiva.

Tutto ciò fa della similitudine una figura retorica minore, meno efficace?

No, non è detto. Ma come dicevo è un’altra storia, un’altra tappa del nostro viaggio.

Per ora lasciamolo raffreddare un po’, il motore di questa macchina.

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