La morte di Ned Stark

Ci tengo a informarti che, se stai leggendo Il trono di spade o hai appena iniziato la relativa serie TV, il testo che leggerai contiene degli spoiler.

Premessa

Molto bene! O molto male, a seconda dei gusti. Perché? È presto detto: l’origine di questo articolo riguarda uno degli eventi più traumatici (letterariamente parlando) che io ricordi.

Se mi sforzo riesco ancora a riviverlo: sono lì sul mio divano, ho la bocca spalancata e probabilmente ho anche smesso di respirare. L’iPad è caduto sul cuscino, ancora acceso sulle ultime pagine de A Game of Thrones. Non può essere vero, penso, probabilmente ho letto male. E invece, no: Eddard Stark (per gli amici Ned) è appena stato decapitato.

Chi è Ned Stark?

Ottima domanda. Il buon Ned è, o era, a questo punto, il capostipite della famiglia più importante di tutta la saga Cronache del Ghiaccio e del fuoco. Era l’uomo giusto, quello buono e corretto e, nella mia testa, il protagonista assoluto (all’autore ci sono volute ben ottocento pagine per ucciderlo!).

La cosa strana, tuttavia, era il mio totale senso di sconforto… scoprirne l’origine diventò subito una sfida: George Raymond Richard Martin (lo scrittore) aveva trovato il tasto giusto e ci si era buttato sopra con tutto il suo (non indifferente) peso.

George Raymond Richard Martin

Lo scrittore George Raymond Richard Martin

Non solo nei libri

Se è vero che nessun libro era mai riuscito a sconvolgermi in quel modo, lo era anche il fatto che tale shock aveva un sapore famigliare. Cosa l’aveva provocato in passato? Una poesia? Una canzone? Un film?

Improvvisamente mi vidi fermo su una strada, una via scavata nel bel mezzo di un vasto, arido deserto. Tutt’attorno il silenzio, l’unica anomalia il rumore del vento sulla sabbia. Davanti a me un immenso cartellone, uno di quelli per le pubblicità. Mostrava la foto di un uomo. Socchiusi gli occhi, ne studiai i lineamenti. Sì, lo conoscevo, era… Llewelyn Moss.

Ed era morto.

Non è un paese per vecchi

Llewelyn Moss è il personaggio principale di Non è un paese per vecchi; (il film dei fratelli Coen vincitore dell’Oscar nel 2007, tratto dall’omonimo libro di Cormac McCarthy), ed è interpretato da Josh Brolin (chissà perché tutte le volte che leggo “Josh Brolin” non riesco a non pensare ai mitici Goonies).

Llewelyn Moss morto, Non è un paese per vecchi

Il cadavere di Llewelyn Moss

Nel film, Llewelyn viene ucciso in una delle scene finali dallo spietato killer Anton Chigurh (Javier Bardem).

Avendo visto più film di quanti libri troverò mai il tempo di leggere in vita mia, di scene trucide in cui un protagonista soccombe miseramente potrei tirarne fuori un’infinità (da Scarface a The departed, da L’odio a Braveheart, da Salvate il soldato Ryan ad altri mille ancora). Tuttavia, ricordo bene che la morte di quel testardo di Llewelyn Moss fu scioccante almeno quanto la tragica decapitazione di Eddard Stark.

Cos’avevano in comune le due esecuzioni? Ne ero sicuro, in qualche modo dovevano essere collegate. Non poteva essere tutto merito della storia.

Un altro punto di vista

Mi servì giusto qualche altro minuto di sforzo per raggiungere la vetta: entrambe le tragedie sono descritte dal punto di vista di un altro personaggio.

Nel caso di Eddard è la figlia Arya che, nascosta tra la folla in delirio, ti racconta della sua decapitazione. Mentre è il vecchio sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones) che perlustrando uno squallido Motel di El Paso incappa nel cadavere di Llewelyn.

C’è un raro e originale passaggio di testimone a rendere unici i due eventi. Per te, lettore o spettatore, è come essere strappati con la forza: lontano, dietro le quinte, via da quel personaggio che fin dall’inizio ti hanno educato ad amare. Il legame si è improvvisamente spezzato e puoi solo osservare dal buco della serratura. Il soggetto che ti ha accompagnato per tutta la durata della storia è diventato un oggetto inutile, un residuo di cui qualcuno si è liberato… ma lo vieni a sapere dalla bocca di qualcun altro.

Nel film la tragedia non è nemmeno raccontata: Llewelyn è già cadavere quando te lo mostrano per l’ultima volta. Ma com’è possibile?!, pensi, Il giorno prima era così in forma! Ero sicuro che ce l’avrebbe fatta!. E invece no. Non sai nemmeno quali siano state le sue ultime emozioni: non ce n’è stato il tempo, e tu non eri nemmeno lì.

Atroce, non è vero?

Raccontare la propria morte

Se non sei convinto prova per un attimo a pensare alle stesse tragedie come vissute in prima persona dal protagonista: i registi e lo scrittore in questo non ti hanno aiutato, ti servirà quindi un po’ di fantasia e fatica…

Fatica? Beh, forse quella no. A quante scene simili hai già assistito? Pensaci bene: che si tratti dell’ultimo saluto al popolo (Il gladiatore), del fiero grido in difesa di un ideale (Bravehart), del gelido sguardo di addio all’amata (Titanic), la differenza è poca; il sapore è quello classico, l’aroma è da copione. È teatrale, è predestinato: ti può anche straziare, ma di certo non ti stupisce.

Il vecchio ci prende gusto

Non è un caso se il buon George Raymond Richard Martin, quel gran simpaticone, ricicla questo metodo più e più volte durante la sua saga. Con Robb Stark, ad esempio (il figlio di Eddard): trucidato sotto gli occhi narranti della madre (durante l’episodio anche la donna perde la vita ma la sua dipartita è descritta in prima persona e l’effetto non è certamente lo stesso).

Chi lo conosce lo sa bene: George è un mago quando si parla di morti cruente e qualche tempo fa su di lui girava anche una battuta molto divertente; la leggenda narra che abbia pronunciato la seguente frase:

Ogni volta che qualcuno mi chiede quanto ci metto a finire di scrivere gli ultimi libri, ammazzo uno Stark.

Beh, caro George: non ne sono rimasti molti.

E tu, cosa ne pensi? Riconosci efficace questa tecnica narrativa?

8 risposte a “La morte di Ned Stark”

  1. Rox ha detto:

    Empatia.
    Uno degli aspetti più affascinanti è come l’autore ci spinge a identificarci con personaggi spesso molto diversi da noi.
    Esiste comunque la distanza tra l’autore e il personaggio nel momento stesso in cui viene oggettivata.
    Riesci a conoscere e a sapere di più con una visione “diversa”.
    L’autore quindi deve dosare con sapienza quello che fa dire e fare al suo eroe.
    Non parlerei di legame spezzato ma “trame complesse, personaggi affascinanti, grandi dialoghi, perfetta stimolazione”.
    (Chi pronuncia la sentenza deve essere colui che cala la spada), Stark…

    • boostwriter ha detto:

      Certo, il talento di Martin come di qualsiasi ottimo scrittore è proprio questo: creare personaggi “rotondi”, e non semplici figurine. Uomini e donne quasi in carne e ossa, in cui il lettore si identifica e a cui si affeziona.
      Il legame si spezza “figurativamente”: nel momento dell’abbandono, noi siamo il più lontano possibile e guardiamo con altri occhi. Nel caso di Arya, ad esempio, viviamo addirittura due drammi: il nostro e quello della bambina.

    • Rox ha detto:

      Si. Ma sta nella definizione “spezza” la controversia.
      Il legame muta…
      Chaucer disse “Il nocciolo di ogni racconto per cui questo viene narrato, qualora venga mandato in luogo al punto da far raffreddare l’interesse di quanti da tempo lo stanno ascoltando, per la noia della sua prolissità”.
      La frase venne interpretata in diversi modi ma molti affermano che fa riferimento al “legame” che nasce/inizia con il racconto.

    • boostwriter ha detto:

      Se avessi inteso dire che il legame si è “spezzato” (scomparso) per sempre si annullerebbe persino il nostro sconforto, giusto?
      Ad ogni modo, hai mai visto il film “Non è un paese per vecchi”? Arrivata a questo punto sai parte della fine, ma te lo consiglio ugualmente. Ti piacerà. E in questo caso, la “separazione” è puro shock.

  2. Francesca ha detto:

    Anch’io! Stessa scena – bocca da merluzzo, cervello in panne che continua a ripetere “e r r o r e! i m p o s s i b i l e!” e tu senza parole mentre rileggi all’infinito quelle fatidiche frasi – solo che era il kindle quello che per poco non mi cascava dalle mani. Devo dire che mi ci è voluto un bel po’ per accettare la realtà del fattaccio (forse non l’ho ancora fatto), continuavo a pensare che magari… forse… e se… speravo che il ragno fosse riuscito a orchestrare uno scambio (non sarebbe stato certo l’ultimo della storia) o qualcosa del genere. Ero in fase di negazione, quel ‘momento’ in cui non si riesce ad accettare la realtà, in cui quel fatto, quella morte, sembra uno strano sogno fumoso da cui vorresti svegliarti ma non sai come.
    Sono perfettamente d’accordo con te, per il giovane lupo l’impressione è la medesima, anche se credo che l’impatto sia minore (un po’ perché Rob non era percepito né come protagonista né come figura di riferimento [non ha lo spessore di Ned, e ora non potrà mai raggiungerlo], un po’ perché ormai il lettore ha imparato a odiare Martin per il suo ‘grilletto facile’ [o ad amarlo nonostante questo suo istinto omicida]).
    Spero che la leggenda sia falsa o, perlomeno, che non si attivi ‘per via telepatica’ altrimenti finirò per avere qualche Stark sulla coscienza…
    Non è un paese per Vecchi mi manca, di McCarthy per ora ho letto solo The Road e il film non l’ho visto, quindi sul parallelo non posso esprimermi. Tuttavia, non credo di rispecchiarmi molto in quel «lo vieni a sapere dalla bocca di qualcun altro»: il pov di Martin è di parte ma interno, personalmente ho avuto l’impressione di essere lì, in piazza, davanti al tempio, lo sguardo rivolto all’orrore che si consumava sulla scalinata. Posso invece concordare sulla sensazione d’impotenza, che attraverso lo sguardo di Arya si impone con ancora maggior prepotenza. E anche sul fatto che una morte in prima persona non sortisca lo stesso effetto, ma ti sei chiesto perché? Ciò che dici su Massimo X Meridio &co. è verissimo, ma… Personalmente, credo che sia (anche) un problema di esperienza: lo scrittore/sceneggiatore punta a conquistarsi il lettore/spettatore attraverso una sollecitazione emotiva, spesso empatica, che lo chiama in causa in prima persona; tutti abbiamo sperimentato – chi più chi meno e in misura differente – la perdita, il lutto e l’imprevedibilità del reale, ma nessuno di noi è morto (e qui , in effetti, entra in gioco l’esperienza non solo del fruitore ma anche di chi, la storia, la scrive).
    Quanto alla tecnica narrativa è sicuramente efficace e di grande impatto, ma anche estremamente complessa. Non si tratta semplicemente di inscenare qualcosa che il lettore non si aspetta (o non è incline ad accettare), né di farlo attraverso un particolare punto di vista. Per ottenere l’effetto sperato occorre, credo, tutto un lavoro ‘preparatorio’ e ‘trasversale’; la morte di Ned è così scioccante perché il lettore ha instaurato con lui un legame profondo (che può essere positivo ma anche negativo o oppositivo), perché il personaggio si è dimostrato importante, rilevante, se non addirittura fondamentale, per la vicenda narrata (chi mai riuscirebbe a immaginarsi le Cronache senza il buon Ned?).
    Ad ogni modo, complimenti per l’articolo, tessi una bella rete di collegamenti e solleciti interrogativi curiosi e appassionanti per un amante della lettura/scrittura/narrazione.
    Fra
    ps. passerò anche da Through, ma sul momento non ho saputo resistere a un titolo che prometteva G.R.R. Martin :)

    • boostwriter ha detto:

      Ciao Francesca, mi chiedevo appunto che fine avessi fatto! Hai fatto le vacanze lunghe o ti sei persa tra i meandri di un tuo nuovo progetto? Ho visto che è uscito il nuovo capitolo di Vincent Van De Sterren; conto di venire nel breve a rileggere il tutto, dato che ho perso un po’ il filo.
      Sono contento che l’argomento ti abbia interessato, e sicuramente le tematiche che hai approfondito con la tua esperienza e conoscenza del tema sono un valore aggiunto all’articolo. È vero, di sicuro la morte di Ned è stata anche così traumatica perché il personaggio era davvero fondamentale a quel punto, così importante da essere essenziale al libro come l’aria lo è per noi (nella nostra testa, ovviamente). Penso anche a un’altro motivo: poco prima della sua morte la vicenda si stava concludendo nel migliore dei modi: Ned aveva in pugno Cersei ed era pronto a prendere il mano le redini del regno; avrebbe anche punito tutti i colpevoli. Dal tradimento della guardie a castello è stata però via via una disgrazia dietro l’altra: il “giallo” è diventato un “nero” e tutta la fatica fatta dall’inizio alla fine è valsa solo a peggiorare le cose. Altro punto a favore di Martin, quel perfido.
      Detto questo, spero troverai il tempo di affrontare la visione de “Non è un paese per vecchi”: va bene, ormai la trama te l’ho “spoilearata”, ma è comunque un film che merita.
      E io leggerò “The Road”, promesso.

  3. Jon snow ha detto:

    Ho letto la parte del trono di spade finora e aggiungo che l’autore prima ti fa affezionare ai personaggi e poi li uccide

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