Personaggi, animali e cose: a tre dimensioni, o figurine di cartapesta?

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Viaggiatori, se ben ricordate due capitoli fa ci siamo salutati di fronte a una certa stradina, una che al giro prima avevamo evitato e che ora invece intendiamo prendere. Prima no, adesso sì, e il motivo è semplice: lavori in corso. Intendo dire che c’erano degli operai a sbarrare la strada, c’era un cantiere e c’era anche il classico omino arancione con la bandierina, un po’ annoiato e un po’ imbronciato. Ora non c’è più, è tutto libero. Freccia, rallentare, svoltare. Via. Con la coda dell’occhio notiamo una macchia più scura a terra, una buca. L’hanno tappata, adesso possiamo proseguire.

Ed è un fatto interessante, se ci pensate: mentre noi fraseggiavamo dall’alto della nostra rupe, qualcun altro sistemava la strada. Non ci facevamo caso, ma c’era. Qualche cosa, da qualche parte in questo mondo, stava cambiando, e non era la sola. Parlo di oggetti, di animali, e ovviamente anche di persone. Tutto cambia, qui, tutto si muove. Di notte, di giorno, anche adesso, anche mentre state leggendo queste quattro righe. Qualcuno si aggira da qualche parte ma voi non lo vedete, magari è animato da buone intenzioni e magari no, chi può dirlo. Ma c’è, facciamocene una ragione. In fondo, qui non siamo mica al Truman Show. Nel Truman Show, tutto esiste soltanto in funzione del protagonista. Gli incidenti scoppiano solo quando Truman è nei dintorni, e i negozianti se ne rimangono buoni e zitti dietro le quinte, truccati e sorridenti, spuntano fuori solo se lui attraversa la soglia.

No, nella vita vera non va così, per niente. E perché allora dovrebbe essere diverso nelle nostre storie?

La sfera dell’azione

E così, eccoci a parlare di uno dei miei argomenti preferiti, uno dei più divertenti: quante dimensioni deve avere la nostra fantasia? Drizzate le orecchie, adesso, perché voglio dirvi come la vedo io. Scherzo, non soltanto io. Però attenti davvero, perché così la pensano molti grandi artisti. Scrittori e sceneggiatori ben più saggi e stagionati di me. Più o meno, il senso è il questo:

Pensate al mondo del vostro racconto non come a una superficie piana, bensì come a una grande sfera, fosca e turbolenta, al cui interno succedono delle cose. Tante cose, tantissime. Praticamente infinite. Ogni giorno, ogni ora, ogni singolo minuto e in ogni dove della vostra sfera, accade una… storia. E questo è il succo.
Dopodiché, voi siete chiamati a fare una cosa, e una soltanto: prendere una di quelle storie e raccontarla. Sarebbe impossibile sentirle tutte. Sarebbe noioso, e inutile. Sarebbe addirittura controproducente. Così voi ne raccontate soltanto una, ma non una caso: la più brillante. Seguite la luce di questa scintilla mentre si sposta dentro alla sfera, pedinate la sua scia, la tenete d’occhio dall’inizio alla fine, si muoverà indisturbata o intersecherà le altre luci, non lo sapete ancora, l’importante è che voi gli stiate bene attaccati. Forse, più che una scintilla, pensate a una fiaccola che scoppietta. Una torcia, ecco. E indovinate un po’ chi la tiene in mano, questa torcia. Voi? No di certo, è il narratore, e non per forza il narratore siete voi. Potrebbe essere un personaggio interno, infatti, come potrebbe essere debole, oppure intenso, il fascio di questa luce. Dipende dal potere che ha nel mostrare la superficie delle cose, e il loro intimo. Per esempio, è un narratore onnisciente oppure no? Sa tutto cioè di tutti i personaggi, o non è in grado di sondare i loro pensieri? E potrebbe stare sempre puntata su un personaggio solo, questa torcia, magari il protagonista, o potrebbe anche illuminarlo per un po’ e poi fare un salto da un’altra parte, per vedere cosa combinano gli altri. Ed è anche magica, perché può andare avanti e indietro nel tempo come vuole. Può persino decidere di abbagliare più cose contemporaneamente, di limiti non ce ne sono mica.

E adesso arrivo al punto: mentre questa torcia si muove, fate attenzione, la vostra sfera mica se ne sta lì bella tranquilla. Anche lei rotola e si sposta. Si modifica, cambia, si evolve. Crea e distrugge. Anche la sfera non ha limiti e questo è il bello di narrare: creare mondi che respirano, che vivono, e che ogni tanto sfuggono persino al nostro controllo.

E così, mentre la biglia rotola, sono tante le cose che subiscono i suoi effetti…

I personaggi non sono sempre pronti alla scena

Certo che no, non lo sono proprio. Facciamo qualche esempio, preso come al solito da scrittori veri.
Post Scriptum: lo so che tiro sempre in ballo gli stessi autori, e vi giuro che se avessi iniziato il manuale quest’estate ora sarei qui a citare Flaubert o Thomas Mann (e sai che gioia…). Il fatto è che questo non è un manuale, sono appunti sparsi, quindi è naturale che girino attorno a ciò che leggo in questo momento. E sì, prometto anche questo, citerò Fabio Volo prima o poi. Magari quando sarò alto due metri, ma giuro che lo farò.

Dunque, il primo esempio è tratto da Soffocare, di Chuck “il maestro” Palahniuk. In questa scena il protagonista sta per entrare in un gruppo di sostegno per sessodipendenti, un gruppo che frequenta abitualmente, e prima di entrare incontra Nico, un’amica che lo stava aspettando. So che alcuni di voi se lo stanno chiedendo, quindi sì, vi dico già che di sesso tra loro ne fanno. E non uso l’espressione “finiscono a letto insieme” perché presupporrebbe la presenza di un letto. Comunque, la cosa interessante, qui, è che l’autore non ha piantato Nico su una strada, magari a non fare nulla, pronta a entrare in vita quando giunge il protagonista. Chuck ha cambiato addirittura il meteo, sentite un po’.

È buio e sta cominciando a piovere quando arrivo alla chiesa, e Nico è lì che mi aspetta nel parcheggio. Sta cercando di infilarsi il giaccone, e per un attimo una manica vuota penzola a mezz’aria, poi lei ci fa scivolare dentro il braccio. Nico infila le dita nel risvolto dell’altra manica e tira fuori qualcosa di bianco e di pizzo.

Già, Nico si sta sistemando la giacca. Una cosa di poco conto, è vero, c’era bisogno di scomodarsi per una cosa così? Io dico di sì perché grazie a questo piccolo dettaglio la scena è più realistica, e più interessante.

Il prossimo brano viene dal racconto Penne, di Raymond Carver (non gli ho ancora trovato un nomignolo, a Carver, ci devo ancora pensare per bene). È abbastanza simile all’esempio precedente.

La porta d’ingresso si è aperta e Bud è uscito sulla veranda. Si stava abbottonando la camicia. Aveva i capelli bagnati, pareva che fosse appena uscito dalla doccia.
«Chiudi il becco, Joey!», ha detto al Pavone.

E infine, per rimanere in tema di negozianti dietro alle quinte truccati e sorridenti, un piccolo estratto da Non è un paese per vecchi, di Cormac McCarthy, “il sublime” (lui un soprannome ce l’ha).

Arrivarono a un posto chiamato Trail Motel, Moss scese con il borsone e la cartella, pagò il tassista ed entrò nella reception. C’era una donna seduta davanti alla Tv, che si alzò e andò a mettersi dietro il banco.
Ha una stanza?
Ne ho più di una. Quante notti?

Dite la verità, sapendo di dover descrivere questa scena, quanti di voi avrebbero posizionato la donna direttamente dietro al bancone? Magari raggiante, e magari le avreste persino fatto dire “Buongiorno, signor cliente, in cosa posso esserle utile?”. Già, l’avrei fatto anch’io. E che razza di cliché, ora che ci penso mi viene persino la nausea.
Cormac, comunque, che è un pochino più esperto di noi, fa una cosa davvero semplice ed efficace: non solo inizialmente la mette davanti a una Tv, ma la immagina anche taciturna, probabilmente scocciata. E, dulcis in fundo, è il protagonista, Moss, che deve parlare per primo, e chiedere se c’è una stanza libera. Il cliente, in pratica. Non il contrario, come sarebbe logico. Logico, un attimo, a meno che il motel non si trovi in Liguria. Perché in Liguria sono sempre incazzati, gli albergatori. Sembra quasi che siano lì a farti un piacere. Qualcuno mi sa spiegare il perché?

Nemmeno l’Universo se ne sta buono e tranquillo

Ovvio. Anche l’Universo cambia, come potrebbe essere altrimenti? Magari non in modo drastico, magari solo attraverso piccoli dettagli. Ma cambia. Se la Terra un giorno facesse un frontale col Sole, penso le cose cambierebbero di un bel po’. Ma spingiamo in basso la leva della tragicità, e facciamo semplicemente finta di essere in mezzo a una strada. Una piccola cittadina nel deserto, un luogo dove questa notte è avvenuta una sparatoria. Ieri, quando ci siamo passati, era tutto ok, ma adesso cosa ci tocca vedere?
Chiediamolo allo sceriffo Ed Tom Bell, un altro personaggio del libro di McCarthy. Su, signor sceriffo, ci dica che aspetto hanno le strade di Eagle Pass dopo che i sicari messicani, dopo che Anton Chigurh e Llewelyn Moss se le sono date di santa ragione, e quando dico di santa ragione intendo proprio a suon di piombo. Possiamo darla, un’occhiata?

Certo, possiamo.
La strada era ancora bloccata dalle transenne ma non c’era granché da vedere. La facciata dell’Eagle Hotel era crivellata di colpi e i marciapiedi sui due lati della strada erano cosparsi di vetri rotti. Le macchine avevano le gomme e i finestrini sfasciati, e la lamiera della carrozzeria piena di fori circondati da piccoli anelli di nudo acciaio. La Cadillac era stata rimossa da un carro attrezzi, la strada ripulita dai vetri e il sangue lavato via dagli idranti.

La Cadillac era stata rimossa da un carro attrezzi, la strada ripulita dai vetri e il sangue lavato via dagli idranti. È la frase che più mi piace, perché mi inquieta. Hanno rimosso un’auto, avete capito? Hanno ripulito la strada dai vetri. Hanno lavato via il sangue. Chi? Loro, e chi sennò? Affascinante. E inquietante, appunto.

Insomma, nel mondo delle vostre storie dovrebbe esserci sempre, qualcuno che lavora nell’ombra. Qualcuno che striscia alle vostre spalle, in silenzio, che passa quando voi non ve ne accorgete, perché state mangiando un panino o perché siete fermi per fare benzina. Quando la torcia, per capirci, è puntata da un’altra parte. Qualcuno che cambia le cose, un dio che regola il tempo e gli eventi, che sporca, che pulisce anche quando il narratore non è presente. Mi viene in mente il racconto The Langoliers di Stephen King, ecco perché me la faccio un po’ sotto.

Quindi se un giorno, in una vostra storia, infilerete il protagonista dentro a un parcheggio, ricordatevi questo: che forse, a un certo punto, da qualche parte si alzerà una sbarra. Che magari lontano si sentirà un treno fischiare. Che una macchina gli scivolerà piano piano da dietro, coi fari accesi, lo illuminerà per un secondo, lui e il cadavere steso ai suoi piedi. Rallenterà, questa macchina, poi ripartirà velocemente, infine svanirà nella notte. E allora saprete anche che le cose vanno sistemate in fretta, perché presto arriverà qualcun altro, qualcuno che si è già messo in moto, da qualche parte, e che ha tanto desiderio di fargli compagnia.

Vabbè, ne riparliamo

Non finisce qui, ovviamente. Mi sembra sempre di lasciare le cose a metà, e un po’ mi dà fastidio. Fa lo stesso, mi fermo comunque altrimenti il post diventa tutto troppo lungo. Ma vi anticipo di cosa parleremo nel prossimo appuntamento, tanto per farvi un’idea. Di atteggiamenti realistici, e della quotidianità nelle nostre storie. Ci saranno tanti altri esempi interessanti.

Stay tuned, folks.

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