Come i scrivere i dialoghi delle vostre storie (Parte due)

central-station

Bene, nello scorso capitolo ci siamo fatti un’idea generale di come si suddividono i dialoghi. È come in Hunger Games o Game of Thrones, no?, sempre di games si tratta. Ogni dialogo appartiene a una fazione, gareggia per la sua squadra, porta avanti i propri colori, e via dicendo…

Ok, e dopo questa stupidata, torniamo un attimo seri. Rifacciamoci con un po’ di conversazioni superlative, più un bonus finale che abbasserà qualità e temperatura di tutto il discorso, ve lo anticipo, dato che ci ho messo del mio.

Si parte!

Ma che fine hanno fatto i vecchietti?

Ok, questo dialogo lo avevamo già visto nel primo capitolo, è tratto da Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, il racconto di Raymond Carver. Ci diamo un’altra occhiata ora che siamo più grandi, che siamo un pochino più cresciuti. Per me questo è il dialogo perfetto, ho intenzione di tirare fuori questa cartolina così tante volte ancora, e vedrete che a ogni passata ci sarà qualcosa di nuovo. Alla fine la penserete tutti come me e andrete in giro per il mondo a diffondere il mio verbo, o roba del genere. Ok, la smetto.

Il dialogo è tutto un discorso diretto legato:

«Ma che fine hanno fatto i vecchietti?», ha chiesto Laura. «Hai cominciato la storia e non l’hai ancora finita».
«Già, che fine hanno fatto i vecchietti?», ho ripetuto io.
«Più vecchi, ma anche più saggi», ha detto Terri.
Mel l’ha fissata.
«Continua a raccontare, tesoro», ha detto lei. «Era solo una battuta. Insomma, che cosa è successo?».
«Certe volte, Terri…», ha detto Mel.
«E dài, Mel», ha detto Terri. «Non essere sempre così serio, tesoro. Non sai stare a uno scherzo?».
«Quale scherzo?», ha risposto Mel.
Ha stretto il bicchiere, senza levarle gli occhi di dosso.
«Che cosa è successo, dopo, Mel?», ha detto Laura.

Perché mi piace così tanto questo dialogo? Perché è realistico, e al contrario di un dialogo reale non è noioso. I dialoghi reali sarebbero noiosi? Certo, almeno nel 99,99% dei casi. Non ci credete? E allora fate questo divertente esperimento: mettetevi a registrare di nascosto due persone che parlano, vi basteranno solo cinque minuti. Poi riavvolgete il nastro e riascoltate (si fa per dire, oggi è tutto digitale). Sentirete quante volte la gente si schiarisce la voce, quante espressioni inutili come “Ok”, “Ah”, “Ecco”, “Eh” volano nell’aria, quante volte ci si ripete, si sovrappone la propria voce a quella degli altri, il senso si perde e tutto potrebbe essere riassunto in cento frasi di meno.

Ricordatevi sempre questo: reale e realistico sono due cose diverse, sono soltanto lontani cugini, e i dialoghi delle storie, se fatti bene, vi sembreranno reali, ma invece sono realistici. Se vi sembrano reali significa solo che lo scrittore ha fatto il proprio dovere, e voi dovete arrivare a questo, a fare il vostro dovere senza che nessuno se ne accorga. Carver in questo era un genio del male.

La perfezione

E proseguiamo con un vero successone, un pugno di parole rubate al grande Chuck Palahniuk, un altro dei miei preferiti. È tratto da Fight Club, e c’è bisogno di presentarlo? Se non lo conoscete, correte in libreria e andate anche a guardarvi il film.

Me lo tatuerei, questo dialogo, tanto è bello, e scommetto che se lo rielaborassi un po’ e lo recitassi a qualche giovane fanciulla, magari a mo’ di canzone, quella cadrebbe ai miei piedi. Sicuro.

In questa scena (nessuno spoiler, giuro) il protagonista è assieme al suo nuovo amico Tyler, che lo ha accolto in casa propria dopo che una bomba gli ha fatto esplodere l’appartamento. Ora si stanno facendo un bel giro in spiaggia, parlano di questo e di quello.

Il dialogo è tutto un mix, magari non ve ne accorgereste nemmeno (ricordate, fare il proprio dovere di nascosto?), ma qui siamo davanti a un inebriante assolo di tecnica, accompagnato da una base, un sottofondo di pura poesia…

È stato usato il:

  1. Discorso indiretto legato
  2. Discorso riportato
  3. Discorso indiretto libero

Ho chiesto a Tyler se era un artista [1].
Tyler si è stretto nelle spalle e mi ha mostrato come i cinque pali eretti erano più larghi alla base. Tyler mi ha mostrato la linea che aveva tracciato nella sabbia e come usava la linea per calibrare l’ombra proiettata di ciascuno [2].
Certe volte ti svegli e hai bisogno di chiedere dove sei [3].
Quello che Tyler aveva creato era l’ombra di una mano gigante. Ora le dita erano da Nosferatu, tanto ero lunghe, e il pollice era troppo corto, ma lui mi ha spiegato come alle quattro e mezzo in punto la mano era perfetta. L’ombra di una mano gigante era perfetta per un solo minuto e per un minuto perfetto Tyler si era seduto nel palmo di una perfezione che lui stesso aveva creato.
Ti svegli e non sei da nessuna parte [3].
Un minuto era abbastanza, ha detto Tyler, c’era da lavorare duro per ottenerlo, ma un minuto di perfezione valeva la fatica [1]. Un momento era il massimo che ci si poteva aspettare dalla perfezione [3].

Ottimo anche il lavoro del traduttore, in questo caso il signor Tullio Dobner, che tra le altre cose è il principale traduttore italiano per Stephen King. Ho un simpatico aneddoto legato al signor Dobner, una storiella divertente che mi vede come antagonista, offritemi una birra e c’è la possibilità che ve la racconti.

Ci vuole un sacco di tempo…

Abbiamo già incontrato Cormac McCarthy due capitoli fa, quando parlavamo di metafore, e adesso ce lo ritroviamo tra i piedi. Un personaggio scomodo, il signor McCarthy. Di cosa parli il suo libro La strada, quel desolante universo distopico in cui un padre e un figlio sono costretti a vagare alla ricerca di cibo attraverso un inverno fatto di gelo e di incendi, di cannibali e di lunghe notti, l’avevo già accennato in quel capitolo. Fermatemi qui che altrimenti divento triste.

Il dialogo che vi ripropongo, preso dallo stesso libro, è tutto un discorso diretto libero, ma è molto particolare perché mancano i segni di punteggiatura, cioè le virgolette. Il motivo di questa scelta è chiaro: eliminando ogni mediazione, McCarthy ci sbatte la conversazione dritta in faccia, uno schiaffo, nudo e crudo, freddo e tagliente, quasi fosse un nostro pensiero. Quel realismo duro e cattivo che chi leggerà il libro ritroverà dietro a ogni pagina, e che è la firma dello stesso McCarthy.

E va bene, dimentichiamoci per una attimo feste, renne e Babbo Natale, è ora di farsi un pochino male assieme alla Strada:

Era ancora più difficile di quanto avesse immaginato. In un’ora avevano fatto sì e no un chilometro e mezzo. Si fermò e si voltò a guardare il bambino. Che si fermò titubante.
Tu pensi che stiamo per morire, vero?
Non lo so.
Ti dico che non stiamo per morire.
Ok.
Però non mi credi.
Non lo so.
Perché pensi che stiamo per morire?
Non lo so.
Piantala con questo non lo so.
Ok.
Perché pensi che stiamo per morire?
Non abbiamo niente da mangiare.
Qualcosa troveremo.
Ok.
Secondo te per quanto tempo si può stare senza mangiare?
Non lo so.
Ma secondo te per quanto?
Forse qualche giorno.
E poi cosa succede? Si cade per terra morti stecchiti?
Sì.
E invece non è così. Ci vuole un sacco di tempo. L’acqua ce l’abbiamo. È quella la cosa più importante. Senza acqua non si va molto lontano.
Ok.
Però tu non mi credi.
Non lo so.
L’uomo lo studiò. Se ne stava lì con le mani nelle tasche della giacca gessata troppo grande.
Pensi che ti dica le bugie?
No.
Però pensi che potrei dirti delle bugie su questa storia del morire.
Sì.
Ok, magari potrei. Però adesso non stiamo per morire.
Ok.

Quei poveri lavoratori…

Ok, uno strappo alle regole adesso, direi che ce lo possiamo permettere. Passiamo dalla narrativa al cinema. Il prossimo dialogo è tratto da uno dei film più esilaranti della storia, Clerks (Commessi), andate a vedervi anche questo se potete.

Essendo tratto da una sceneggiatura, questo dialogo non poteva che essere un discorso diretto libero, troverete persino indicato il nome di chi sta parlando, è cinema, ragazzi.

Per quale motivo ho scelto questo dialogo? Realismo. Punto. Non realtà, ma realismo. La gente vera non parla in questo modo, con questa precisione e con questi ritmi.

Il secondo motivo è che dopo le dure mazzate di McCarthy, un po’ di allegria ci serviva. E poi siamo in periodo Star Wars, no? Leggete e capirete, la parola a Randal e Dante:

Randal: E tu sai che mi sono appena visto?
Dante: Io che tiravo via una scatola dalla mano di un deficiente?
Randal: “Il ritorno dello Jedi” […] Tu cosa preferisci, lo “Jedi” o “L’Impero Colpisce ancora”?
Dante: L’Impero.
Randal: Bestemmia!
Dante: L’Impero ha un finale migliore. Intendo: a Luke viene amputata la mano, lui scopre che Lord Fener è suo padre, Han viene ibernato e portato via da Boba Fett… Un finale che t’ammazza. Insomma, questo è la vita: una serie di finali duri uno appresso all’altro. Invece lo Jedi è solo una massa di pupazzi!
Randal: No, nello Jedi c’è in ballo qualcos’altro, non me n’ero mai accorto prima d’oggi… loro costruiscono una nuova Morte Nera, giusto? Ora, l’altra era pronta e del tutto funzionante prima che i ribelli la distruggessero…
Dante: Luke l’aveva fatta saltare, tutto merito suo!
Randal: …e la seconda quando è stata fatta esplodere era in costruzione…
Dante: Già, e a farlo è stato Lando Calrissian.
Randal: C’è sempre stato qualcosa che non mi tornava nella seconda esplosione, qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco e che proprio non mi andava giù.
Dante: E ora ci sei riuscito?
Randal: La prima era presidiata dalle armate imperiali… le sole persone a bordo erano le truppe d’assalto e in più diciamo i vari dignitari.
Dante: Sostanzialmente.
Randal: Ragion per cui quando quando salta i conti tornano: il male è punito.
Dante: Mentre la seconda volta?
Randal: La seconda invece non avevano ancora finito di lavorare, erano ancora in fase di costruzione.
Dante: Allora?
Randal: Allora un’impresa di quella portata richiede un sacco di manodopera in più rispetto al semplice esercito imperiale, scommetto che c’erano di mezzo un mucchio di appaltatori esterni, idraulici, metalmeccanici, muratori…
Dante: Cioè non solo imperiali, è questo che vuoi dire.
Randal: Esattamente, specialisti di ogni tipo per finirla alla svelta e di nascosto, figurati se le truppe d’assalto saprebbero installare un gabinetto, loro tutto quello che sanno si limita alle armi e alle divise!
Dante: D’accordo, coinvolgono degli appaltatori esterni, ma che cos’è che ti disturba tanto quando viene distrutta?
Randal: Che saltano per aria quei poveri lavoratori in proprio che erano lì per costruire, vittime di una guerra che non li riguardava affatto. Allora, senti, tu hai un’impresa, lo stato ti offre un bell’appalto su un piatto d’argento, hai moglie e figli a carico, un villino di due piani in periferia, si tratta di un appalto governativo e quindi ci sono un fottio di vantaggi, poi arrivano i militanti di sinistra e distruggono tutto quello che c’è nel raggio di sei chilometri con i laser, tu non c’entri niente, non hai una posizione politica, tu cerchi solo di far quadrare i conti.
Un Cliente: Scusate, non volevo interrompere, ma di che cosa state parlando?
Randal: Del finale di “Il Ritorno dello Jedi”.

La reazione dell’interolcutore

E che dire di quei dialoghi che riportano all’interno del discorso la reazione degli altri personaggi? Un po’ c’era anche nel primo esempio, quello di Carver (l’ho detto, quel dialogo è un pozzo di tesori):

«Certe volte, Terri…», ha detto Mel.
«E dài, Mel», ha detto Terri. «Non essere sempre così serio, tesoro. Non sai stare a uno scherzo?».
«Quale scherzo?», ha risposto Mel.

Adoro questi trucchetti, e questo viene direttamente dal mio libro:

Fang rimane lì a fissarli, poi sputa la caramella nel fuoco. «Cristiani, induisti, musulmani, seguaci del Dio Patata…», dice. «Per me, tutti uguali. Gabriel caro, togliti pure quell’espressione dalla faccia…».

Era questo il bonus di cui vi parlavo, un dialogo scritto tutto da me. Dato che ormai il pasticcio è fatto, ci pesto un po’ sopra i piedi e ne metto un altro.

Questo è un altro dialogo che mischia:

  1. Discorso indiretto libero
  2. Discorso diretto legato
  3. Discorso riportato

Ma non siamo sul mare. Davanti a noi si allarga uno specchio d’acqua dolce, un lago enorme. Questo lago, di cui nemmeno Maya era a conoscenza, è come un grande occhio che guarda il cielo, e dell’occhio ha anche la forma. Siamo su una delle rive più lunghe, ma gli angoli opposti sono così lontani, così acuti e impenetrabili, che per arrivarci impiegheremmo meno tempo tornando indietro, aggirando la foresta [1].
«Colpa delle pietre», osserva Fang [2].
Già, la riva è tempestata di crostoni di rocce nere e aguzze che emergono come pugni dal terreno, sbarrando il passaggio. Fang mi guarda, inizia a spiegarmi qual è la sua idea [3].

Si riparte!

Ok, direi che ne abbiamo visti abbastanza. Potremmo andare avanti all’infinito, potremmo vederne altri mille, ma noi non ce l’abbiamo, tutto questo tempo. Perché dobbiamo scrivere. E poi, ci sono ancora così tanti luoghi da visitare… La nostra cartina è ancora nuova, è ancora tutta linda e luccicante e un po’ ce ne vergogniamo. Ma si sporcherà, eccome se si sporcherà. Si spiegazzerà per bene, su questo potete contarci.

Ora appoggiamoci al sedile, senza accorgercene siamo tornati in macchina. La portiera è chiusa. Giriamo la chiave. Frizione, retro, manovra. Si torna indietro, si attraversa di nuovo il valico che ci ha portati in questa valle. C’è qualcosa, laggiù, che abbiamo saltato, una stradina laterale che abbiamo visto mentre passavamo e che ora è arrivato il momento di imboccare…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *